Luglio 2011 on the road -20-

16-7-11, LAS VEGAS (Nevada): ANTICA ROMA NEL DESERTO

Su LAS VEGAS si è detto tutto, si può provare di tutto. Io ho sperimentato una condizione di curioso sdoppiamento: la sera dell’arrivo, dopo il suggestivo miraggio del lago di luce all’emergere da una curva dopo tanto deserto, sono stato calato nell’incubo di un traffico fittissimo e implacabile, dove non puoi sostare da nessuna parte, le indicazioni stradali sono al minimo, tutto è in funzione delle limousine nere bianche o rosa e degli aggressivi suv dai vetri rigorosamente neri, al riparo dei loro servizi di valet dovunque approdino. Non azzardatevi (specie nel weekend) a voler pernottare senza aver prenotato, quindi senza certezza di una stanza e senza il vostro valletto che si occuperà di tutto.
Dovunque sciami di umanità non bella, non raffinata, non “perduta” come nella tradizione europea. Grappoli di ragazze fasciatissime appese agli sgabelli dei bar o sciamanti nelle hall d’albergo, con intenti prevedibili. Loschi portoricani procacciatori, obese famiglie arabe che traslano compatte da un casinò all’altro, curiosi con fotocamere ultracompatte che fotografano tutto. Gazebo che nebulizzano nuvolette d’acqua tutto intorno come sollievo alla calura, ciclopici pannelli luminosi che reclamizzano concerti in loco di tutte le star che avete visto in un anno di rotocalchi.
Istinto di fuga. Ma se poi riuscite ad approdare da qualche parte e mollate la macchina, il luna park, anche socio-antropologico, vi potrebbe prendere anche molto. Un giro degli alberghi più di grido del centro è una istruttiva e seducente discesa agli inferi che dovete concedervi.
Poichè i casinò non sono strutture a parte, ma risiedono negli alberghi stessi, voi entrerete in una malabolgia in cui, perso l’orientamento, trascorrerete fra intermittenti banchi di lapdancers (mio figlio bambino guardava con occhi sgranati, mano stretta nella mia, al galoppo in cerca di alloggio), batterie industriali di slot-machines, receptions chilometriche, ragazze sandwich scosciate a dispensare volantini; la musica di 100 diverse fonti contemporanee a tutto volume, a formare un’unico muggito metafisico.
Potrete visitare Venezia senza esserci mai stati, ammirando fin dalla strada il campanile di San Marco e il Ponte di Rialto, sfiorati da ammiccanti gondolieri che scivolano per canali; potrete salire sulla Tour Eiffel, poco più bassa dell’originale; potrete – e qui mi fermo – immergervi nella Roma Imperiale del celeberrimo Caesars Palace, e passeggiare per lastricate strade romane con tanto di botteghe – griffate Prada, Armani e compagni, che credevate? – farvi fotografare abbracciati sotto una o tutte delle numerose fontane marmoree con gruppi equestri o mitologici, come quella raffigurata nella mia polaroid. Il cielo sopra di voi trascolorerà dal roseo del primo mattino al giallo accecante della controra al violetto di un tramonto struggente. Avete perso anche la percezione del giorno e della notte, dell’interno e dell’esterno. Dove siete?

Mario Conti

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