US Route 95


La Route 95 e’ una strada strana, poco famosa ed in certi tratti difficilmente individuabile sulla mappe stradali degli USA. Ma e’ uno dei percorsi piu’ particolari e suggestivi nel West Americano, viaggia da Sud  a Nord, da San Luis Arizona, il  confine messicano, sino a Lewiston Idaho ed dopo un breve tratto nello stato di Washington raggiunge il confine canadese. In tutto 1574 Miglia (2,533 km), non poche considerando che attraversa aree rurali o immensi boschi al nord mentre nella meta’ a Sud deserti praticamente disabitati. L’unica citta’ di una certa dimensione che incontra e’ Las Vegas Nevada.

E’ coetanea della Route 66 infatti fu istituita nel 1926 ma e’ ancora oggi presente a differenza della Mother Road non essendo stata rimpiazzata dalle Interstate anzi, al confine messicano e’ la continuazione della Mexican Federal Highway 2 mentre in Canada si collega con la BC 95 nella British Columbia e quindi idealmente prosegue ancora verso Nord. Tutto sommato la 95 e’ una strada di tutto rispetto attraversando 6 stati, Arizona, California, Nevada, Oregon, Idaho e Washington.

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Luglio 2011 on the road -22-

18-7-11, SANTA MONICA (California): HERE WE ARE

Raggiungere l’oceano al terminal della 66, fissato a furor di popolo sul molo (“pier”) di Santa Monica, significa attraversare tutta l’area metropolitana di Los Angeles, che inizia lì dove, alla buon’ora, finisce l’illimitato (pensate prima del motore a scoppio) monocorde deserto del Mojave. Attrezzatevi più per la traversata di L.A. che per quest’ultimo, per cui beninteso vi sarete garantiti un’auto in buono stato e acqua a bordo. Infatti la megalopoli è immensa, non reca indicazioni stradali di massima, tipo freccione per Santa Monica o semplicemente “mare”; nè naturalmente gli scudi della 66 che ormai ci sono diventati cari. Come già accaduto in altre città medio grandi, qui i tracciati della 66 si frammentano e si moltiplicano; ce n’è uno abbastanza lineare, che passa per Pasadena e aggira un po’, in senso antiorario, l’intera città; ma bisogna conoscerlo. Dunque carta della città e della 66 o, meglio ancora, un software satellitare specifico della Route.

Qui finiscono i miei post tappa per tappa. Affiorano alla mente, oltre a un robusto ma tenero bagaglio di ricordi, alcune considerazioni o note a margine che raccoglierò e vi passerò a breve.
Buon viaggio a chi è in procinto o ha in animo di andare: raccoglierà una varietà e un’intensità di esperienze che, tantopiù oggi, non sono da poco. Ha ragione Linus quando descrive il diagramma degli stati d’animo del viaggiatore-66, che culminano con un inaspettato struggimento quando si è tornati e si è dato tempo alla polvere di depositarsi. E già ci si chiede se si verrà giudicati con sospetto e apprensione dagli amici se, di qui a non molto, si annuncerà un ritorno da quelle parti, magari con un baricentro dell’itinerario che appaia nuovo ma ci dia la possibilità di qualche ripasso qua e là.
Alla prossima.

Mario Conti

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Luglio 2011 on the road -21-

17-7-11, OATMAN (Arizona): ADDIO AL VECCHIO WEST

OATMAN è nell’ultimo lembo di Arizona prima di varcare il confine con la California. Ma in realtà è oltre la cinta di montagne che separano i due stati e che vanno scavalcate; per cui è come se fosse già dall’altra parte.
Sembra un set western, semideserto di sera (gli abitanti ripiegano su più comode – si fa per dire – casette nascoste fra le alture circostanti), e molto movimentato durante il giorno, con un culmine a mezzogiorno, quando una compagnia piuttosto coreografica inscena un confronto alla High Noon tra più personaggi, che culmina in sparatoria tra il sollazzo del pubblico e il crepitio delle fotocamere. Qui vollero trascorrere la prima notte di nozze Clark Gable e Carole Lombard, all’apice del loro fulgore; quell’hotel oggi funziona solo di giorno, con la curiosa attrazione di essere tappezzato, “dovunque”, di biglietti da un dollaro con dedica.
Muli a piede libero passeggiano per ogni dove; si vendono carote ed altro da offrirgli. Empori di oggetti vari, abbigliamento e pellami, un paio di rigattieri con articoli interessanti e cimeli della 66.
Le bande di pistoleri sono sostituite da quelle di motociclisti, gran frequentatori della zona per via dei succosi tornanti in salita e discesa delle montagne di cui si diceva.
Non perdete questa tappa, prima di avventurarvi nel durissimo, interminabile, famigerato deserto del Mojave.

Mario Conti

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Luglio 2011 on the road -20-

16-7-11, LAS VEGAS (Nevada): ANTICA ROMA NEL DESERTO

Su LAS VEGAS si è detto tutto, si può provare di tutto. Io ho sperimentato una condizione di curioso sdoppiamento: la sera dell’arrivo, dopo il suggestivo miraggio del lago di luce all’emergere da una curva dopo tanto deserto, sono stato calato nell’incubo di un traffico fittissimo e implacabile, dove non puoi sostare da nessuna parte, le indicazioni stradali sono al minimo, tutto è in funzione delle limousine nere bianche o rosa e degli aggressivi suv dai vetri rigorosamente neri, al riparo dei loro servizi di valet dovunque approdino. Non azzardatevi (specie nel weekend) a voler pernottare senza aver prenotato, quindi senza certezza di una stanza e senza il vostro valletto che si occuperà di tutto.
Dovunque sciami di umanità non bella, non raffinata, non “perduta” come nella tradizione europea. Grappoli di ragazze fasciatissime appese agli sgabelli dei bar o sciamanti nelle hall d’albergo, con intenti prevedibili. Loschi portoricani procacciatori, obese famiglie arabe che traslano compatte da un casinò all’altro, curiosi con fotocamere ultracompatte che fotografano tutto. Gazebo che nebulizzano nuvolette d’acqua tutto intorno come sollievo alla calura, ciclopici pannelli luminosi che reclamizzano concerti in loco di tutte le star che avete visto in un anno di rotocalchi.
Istinto di fuga. Ma se poi riuscite ad approdare da qualche parte e mollate la macchina, il luna park, anche socio-antropologico, vi potrebbe prendere anche molto. Un giro degli alberghi più di grido del centro è una istruttiva e seducente discesa agli inferi che dovete concedervi.
Poichè i casinò non sono strutture a parte, ma risiedono negli alberghi stessi, voi entrerete in una malabolgia in cui, perso l’orientamento, trascorrerete fra intermittenti banchi di lapdancers (mio figlio bambino guardava con occhi sgranati, mano stretta nella mia, al galoppo in cerca di alloggio), batterie industriali di slot-machines, receptions chilometriche, ragazze sandwich scosciate a dispensare volantini; la musica di 100 diverse fonti contemporanee a tutto volume, a formare un’unico muggito metafisico.
Potrete visitare Venezia senza esserci mai stati, ammirando fin dalla strada il campanile di San Marco e il Ponte di Rialto, sfiorati da ammiccanti gondolieri che scivolano per canali; potrete salire sulla Tour Eiffel, poco più bassa dell’originale; potrete – e qui mi fermo – immergervi nella Roma Imperiale del celeberrimo Caesars Palace, e passeggiare per lastricate strade romane con tanto di botteghe – griffate Prada, Armani e compagni, che credevate? – farvi fotografare abbracciati sotto una o tutte delle numerose fontane marmoree con gruppi equestri o mitologici, come quella raffigurata nella mia polaroid. Il cielo sopra di voi trascolorerà dal roseo del primo mattino al giallo accecante della controra al violetto di un tramonto struggente. Avete perso anche la percezione del giorno e della notte, dell’interno e dell’esterno. Dove siete?

Mario Conti

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Luglio 2011 on the road -19-

15-7-11, WILLIAMS (Arizona): OMAGGIO AL CRUISER’S CAFE

Tra gli elementi che concorrono al fascino della Route 66 c’è ovviamente quel senso di tempo sospeso, di abbandono da parte del Sovrano. Il silenzio alla fine del rombo. La sonnacchiosa attesa di non si sa bene cosa. Molti dei centri che attraversiamo portano questo segno.
Poi ogni tanto si sfocia in un posto – città, paese, borgo – che invece issa le insegne della reazione all’abbandono, del cambio di passo. Cavalcare il Culto. Il viaggiatore si sofferma inebriato, divertito; e realizza che il limbo finirà, che sul monumento al VINTAGE che la 66 è – in sommo grado! – il concorso di tante energie sparse sta riaccendendo riflettori.
WILLIAMS è uno di quei posti, te ne accorgi subito. Poco più che il corso principale che l’attraversa; ma dove tutto è una scenografia irresistibile. E al centro di tutto il CRUISER’S CAFE. Luogo multiuso: bar, ristorante/diner, emporio di gadget a tema. C’è un “fuori”, dove un cantante chitarrista in cappello a larghe falde fa la colonna sonora sotto la pensilina della ex stazione di servizio, sormontata da una scintillante auto rossa; e c’è un “dentro” incastonato di cimeli, pavimento a quadroni bianchi e neri. E poi c’è la Restroom, obbligatoria. Disinibita quella delle signore, velata da tendine; macho quella degli uomini, dove il paravento al vespasiano è uno sportello d’auto, e John Wayne autografato presenzia alla cerimonia per cui si è lì.
La vita riserva queste piccole delizie.

Mario Conti

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